Le vicende antitrust hanno una caratteristica scomoda: durano anni, cambiano poco nell’immediato e producono un flusso di titoli che sembrano dire cose contraddittorie. È comprensibile archiviarle come questioni per avvocati. Ma in mezzo alle motivazioni c’è un passaggio che riguarda direttamente chi compra pubblicità: il tribunale ha rilevato che Google ha esercitato il proprio potere monopolistico applicando prezzi sovracompetitivi negli annunci di ricerca testuali.

Tradotto: un’autorità giudiziaria ha stabilito che, in assenza di concorrenza effettiva, il prezzo pagato dagli inserzionisti è stato più alto di quanto sarebbe stato in un mercato competitivo. È un’affermazione su una voce del tuo conto economico.

Due cause diverse, spesso confuse

Caso ricercaCaso ad tech
OggettoMonopolio nella ricerca generale e negli annunci di ricerca testualiMonopolio negli ad server per editori e negli scambi pubblicitari
Prodotti coinvoltiGoogle Search, Chrome, distribuzioneDoubleClick for Publishers, AdX
StatoRimedi comportamentali decisi nel 2025, appello in corsoResponsabilità accertata, fase dei rimedi nel 2026
Rilevanza per l’inserzionista searchDiretta: riguarda l’asta in cui compriIndiretta: riguarda display e video programmatico

Il caso sulla ricerca

L’ordine sui rimedi del settembre 2025 ha imposto misure di natura comportamentale invece della separazione strutturale che era stata chiesta. Tra queste: il divieto per Google di stipulare contratti di distribuzione esclusiva per Google Search, Chrome, Google Assistant e l’app Gemini per sei anni, e l’obbligo di mettere a disposizione risultati di ricerca e altri contenuti a "concorrenti qualificati", con l’obiettivo dichiarato di permettere a motori di ricerca emergenti di partire.

Google ha presentato appello, chiedendo tra l’altro la sospensione dell’obbligo di condivisione dei dati, sostenendo che rimedi di divulgazione dei dati e di sindacazione forzata sarebbero straordinari e giuridicamente non ammissibili.

Il caso sull’ad tech

Qui la responsabilità è già stata accertata: Google ha monopolizzato illegalmente i mercati degli ad server per editori, con DoubleClick for Publishers, e degli scambi pubblicitari, con AdX. La fase dei rimedi è arrivata a decisione nel 2026 ed è quella con la posta più alta: il Dipartimento di Giustizia ha chiesto la cessione di AdX, e un provvedimento in quel senso rappresenterebbe la prima separazione forzata di una grande piattaforma tecnologica.

Da tenere presente. Il caso ad tech riguarda in prima battuta la catena del display e del video programmatico, non l’asta della Search. Un inserzionista che spende quasi tutto in Search e Shopping ne è toccato molto meno di un editore o di chi compra display in programmatica.

Cosa cambia per un inserzionista, realisticamente

Nel breve periodo: poco o nulla. Le misure comportamentali agiscono sulla struttura della distribuzione, non sul funzionamento quotidiano di un account. Nessuno si sveglierà con un CPC diverso perché è stata depositata una memoria.

Nel medio periodo, tre effetti sono plausibili e vale la pena tenerli d’occhio.

  1. Più superfici di ricerca alternative. Se i "concorrenti qualificati" ottengono accesso ai dati previsti, motori alternativi e assistenti conversazionali diventano più credibili. Per chi compra, significa che nei prossimi anni potrebbe esserci qualcosa da testare fuori da Google — cosa che oggi, per la maggior parte dei budget, non c’è.
  2. Un mercato dell’ad tech più frammentato. Se AdX venisse ceduto, la catena programmatica si riorganizzerebbe. Più concorrenza tra scambi può abbassare i costi intermedi, ma nel periodo di transizione produce complessità operativa.
  3. Maggiore attenzione sulla trasparenza dei prezzi. È l’effetto meno spettacolare e forse il più concreto: procedimenti di questo tipo tendono a spingere le piattaforme verso una rendicontazione più esplicita di come si formano i costi.

Cosa fare, nel frattempo

La risposta operativa a un contesto regolatorio incerto non è aspettare: è ridurre la dipendenza da variabili che non controlli.

  • Dati di prima parte. Qualunque sia l’esito, un’azienda che conosce i propri clienti e può raggiungerli senza intermediari è meno esposta. È lo stesso ragionamento che vale per la privacy, trattato nella guida a Consent Mode v2 e DMA.
  • Misurazione indipendente. Sapere quanto vale davvero un cliente, con dati tuoi, ti mette in condizione di giudicare un canale invece di fidarti della sua dashboard.
  • Diversificazione realistica. Non "spostare budget su altre piattaforme" per principio, ma sapere quale sarebbe il piano B e averlo testato in piccolo.
  • Attenzione ai tempi giudiziari. Appelli e sospensioni allungano i tempi di anni. Le decisioni di business non vanno prese sull’aspettativa di un esito.

Come leggere le notizie su questo tema

Tre criteri utili per non farsi trascinare dai titoli:

  1. Distinguere responsabilità e rimedio. Stabilire che c’è stata una violazione e stabilire cosa fare per rimediarvi sono due fasi separate, spesso distanti mesi o anni.
  2. Distinguere rimedi comportamentali e strutturali. I primi impongono comportamenti, i secondi smembrano l’azienda. Nel caso sulla ricerca il tribunale ha scelto i primi.
  3. Contare gli appelli. Una decisione impugnata non produce effetti immediati. Fra la sentenza e il cambiamento reale c’è quasi sempre un altro grado di giudizio.

Il modo più sano di trattare questa materia è come contesto, non come piano. Nel frattempo, il lavoro che protegge davvero un’azienda è quello sui propri dati e sulla propria misurazione: se vuoi vedere a che punto sei, l’analisi gratuita parte esattamente da lì. Vedi anche i nostri servizi.